Accendetene una in un corridoio a tarda sera, una volta che la luce del giorno è svanita, e osservate cosa accade alla parete. C’è il fascio di luce che vi aspettavate, dai contorni sfumati, ma c’è anche la pietra stessa, illuminata come se un fuoco sommesso ardeva da qualche parte dietro di essa. Le venature, che di giorno erano solo sottili linee grigie, diventano il motivo dominante dell’intera superficie. La superficie sembra calda prima ancora che la vostra mano vi si avvicini. Non si presenta come un semplice elemento di arredo. Appare piuttosto come una piccola finestra illuminata incastonata in un muro spesso, il che, in un certo senso, è ciò che l’alabastro è sempre stato.
Da dove proviene effettivamente la luce
Con un paralume in tessuto o in vetro, è la lampadina a fare il lavoro e ciò che si vede è una sottile pellicola illuminata da dietro; osservandone uno con la luce accesa, di solito si riesce a individuare la lampadina, una macchia più luminosa dietro il tessuto. L’alabastro, invece, è illuminato dall’interno. Il bagliore sembra provenire dall’interno del materiale perché è proprio così, e non c’è alcuna lampadina da individuare, solo pietra più sottile in alcuni punti e più densa in altri. Ecco perché la luce proveniente da una sfera scavata o da un tamburo intagliato possiede una qualità uniforme e ponderata che un paralume non riesce mai a eguagliare: un oggetto solido illuminato dall’interno, non una pellicola illuminata da dietro.
L’alabastro è una pietra morbida e traslucida lavorata fin dall’antichità, che veniva incastonata nelle finestre di alcuni edifici storici. I pezzi della nostra collezione sono la trasposizione di quell’idea su scala domestica. La sfera e l’applique ALMA, l’applique scanalata LUME, l’applique a tamburo TONDO e il disco MARMO sono scavati o intagliati nell’alabastro naturale, per lo più di provenienza spagnola, e illuminati dall’interno in modo da far risaltare le venature.

Le venature come motivo
Alla luce del giorno la pietra appare tranquilla e lattiginosa e le sue venature sembrano quasi delle fessure. Una volta accese, le venature si organizzano. I passaggi più densi trattengono la luce e risultano più scuri; quelli più sottili la lasciano passare di più e diventano luminosi; il risultato è un motivo che si è definito molto tempo fa e che appartiene esclusivamente a quel singolo pezzo. Non ne esistono due uguali, e non vorremmo che lo fossero. Due applique TONDO poste ai lati di uno specchio saranno identiche nella forma e nella finitura dei loro elementi di fissaggio, ma si distingueranno per le venature, ed è proprio questo che le fa sembrare pietra vera piuttosto che un’imitazione modellata. Nel giro di un giorno la differenza smette di essere un difetto e diventa ciò che le contraddistingue l’una dall’altra.
Si tratta di luce d’ambiente, non di luce da lavoro. Non illuminerà una pagina a letto. Crea l’atmosfera di una stanza e dona alla parete un ruolo dopo il calare del buio.
Calda, proprio come deve essere
Il bianco caldo, compreso tra i 2700 e i 3000 K, valorizza l’ottone e valorizza la pelle; ecco perché, quando possibile, scegliamo sempre l’opzione più calda. Attraversando l’alabastro, la luce si riscalda ulteriormente e assume una sfumatura color crema. Sulla parete accanto al letto alle undici di sera, una sola applique in alabastro all’altezza della testa di chi riposa è sufficiente per distinguere i lineamenti di un volto, ma non abbastanza da tenere sveglio nessuno. Su un pianerottolo è la luce che si lascia accesa. Ai lati di uno specchio, la collocazione classica per le applique in pietra, illumina la persona che vi si trova di fronte in modo gentile piuttosto che preciso.
I corridoi si prestano particolarmente bene a questa soluzione. Sono luoghi di passaggio piuttosto che di sosta, quindi l’atmosfera non va a discapito della funzionalità, e un disco di MARMO sulla parete di un corridoio guida lo sguardo lungo lo spazio la sera, proprio come fa un quadro durante il giorno.

Luce in pietra e finiture in ottone in un’unica stanza
Sono dello stesso colore, o quasi. L’alabastro dalla luce calda e l’ottone satinato condividono una nota in comune, e il rosone in ottone di una lampada ALMA riprende il bagliore della pietra senza alcun abbinamento intenzionale. Una maniglia in ottone satinato sulla porta della camera da letto e una lampada in pietra sulla parete interna creano un insieme armonioso. L’ottone non laccato sul pomello di un cassetto del comodino si scurirà nel corso degli anni assumendo tonalità che vanno dal miele al marrone, mentre l’alabastro, che mantiene il proprio colore, diventa la costante contro cui tale scurimento si contrappone. Si tratta di una versione più discreta della filosofia alla base dell’arte della coesione: una famiglia di finiture calde piuttosto che un abbinamento esatto, e l’illuminazione considerata parte integrante degli elementi di arredo di una stanza, non un acquisto a sé stante.
Laddove lo schema assume toni più freddi, gli elementi in nichel satinato o nero opaco si integrano comunque armoniosamente accanto alla luce della pietra. È la pietra a conferire calore; il metallo può permettersi di essere più sobrio.

Il piacere di un oggetto che è sempre stato lì
È facile convivere con una lampada che è prima di tutto pietra e poi luce. Alla luce del giorno sembra parte integrante dell’edificio e si manifesta solo quando la stanza ne ha bisogno. La maggior parte di ciò che inseriamo nelle nostre case vuole essere notata. Alabaster trascorre la giornata come un oggetto pallido, pesante e leggermente venato appeso a una parete, e poi, nell’ora in cui la stanza si rivolge verso l’interno, compie l’unica funzione per cui è stata silenziosamente creata. Convivere con essa assomiglia meno al possedere una lampada che all’aver conservato in casa un piccolo frammento del mondo esterno e aver scoperto che emana luce.
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